Ancora troppo alto è il numero dei medici obiettori di coscienza

Ancora troppo alto è il numero dei medici obiettori di coscienza.

L’aborto, in Italia, è diventato legale con la legge n. 194 del 1978, che riconosce il diritto alle donne di interrompere volontariamente la gravidanza.

La pratica, prima della suddetta legge, era considerata un reato perché si percorreva la strada dell’aborto clandestino, rischiando così di mettere in pericolo la vita della gestante sia per le pessime condizioni igieniche dei luoghi in cui veniva messa in atto tale pratica, sia per gli strumenti effettivamente usati spesso impropri.

L’interruzione della gravidanza può essere eseguita tramite due modalità: in via farmacologica e in via chirurgica.

Il metodo farmacologico può essere distinto in due fasi caratterizzate dall’assunzione di due farmaci diversi: uno volto a favorire la morte dell’embrione (fase in cui avviene concretamente l’interruzione della gravidanza) e l’altro atto a determinare la sua espulsione.

Il metodo chirurgico prevede, invece, un intervento da effettuare presso le strutture pubbliche del Sistema Sanitario Nazionale o quelle private convenzionate con le Regioni.

Maggiormente in voga è il metodo farmacologico, mentre quello chirurgico viene usato in via residuale.

Il diritto all’aborto viene garantito per consentire la manifestazione del diritto di autodeterminazione della donna; tuttavia, il medico chiamato ad effettuare l’interruzione di gravidanza potrebbe anche essere un obiettore di coscienza.

In detta ipotesi, il sanitario può legittimamente rifiutarsi di intervenire nel rendere concreto l’aborto, ma è tenuto a garantire il diritto alla salute della donna, sia nella fase antecedente che in quella conseguente a tale pratica.

In ogni caso il professionista deve prestare soccorso in presenza di un imminente pericolo di vita per la gestante altrimenti andrebbe incontro a conseguenze penali per inadempimento professionale.

Uno dei motivi per i quali l’obiettore di coscienza potrebbe tirarsi indietro è quello di natura religiosa perché l’embrione viene visto come una forma di vita da salvare; mentre l’aborto stesso viene considerato un omicidio e sono tante anche le associazioni cattoliche che tentano di diffondere questa concezione per sensibilizzare il personale sanitario e indurlo così a sposare e perorare la “loro causa”.

Tuttavia, dal momento che la legge n.194/1978 prevede esplicitamente che gli ospedali garantiscano nel concreto il rispetto del diritto all’aborto, il numero degli operatori sanitari e non deve rispettare una certa soglia.

Ecco perché è stato previsto un costante monitoraggio della percentuale di obiettori per le varie categorie professionali come ginecologi, anestesisti e personale non medico; ogni regione deve indicare il totale di obiettori e non obiettori per le categorie sopramenzionate per aggiornare trimestralmente l’apposito elenco che viene redatto.

In una recentissima indagine promossa da Chiara Lalli, docente di storia della Medicina e da Sonia Montegiove, giornalista, presentata durante il Congresso Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, è emersa una situazione abbastanza critica e preoccupante perché in Italia, in circa 15 ospedali, non è possibile abortire!

Il numero, addirittura, potrebbe non essere veritiero perché non vengono rese pubbliche dal Ministero della Salute, le varie percentuali degli obiettori presenti nelle strutture.

La ricerca ha pure messo in luce che in ben 20 ospedali circa l’80% di personale medico e non rientra nella categoria di obiettore e questo rappresenta una grossa lacuna perché, in base a quanto stabilito dalla legge n.194 del 1978, la struttura deve garantire in ogni caso il diritto all’aborto della gestante prescindendo dalle figure mediche favorevoli o contrarie a tale pratica ossia l’obiezione deve interessare solamente il singolo e non la struttura nel suo complesso.

 

Dott. Luigi Pinò


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