Pinza dimenticata nell’addome? Sono responsabili gli operatori sanitari

Sono responsabili gli operatori sanitari nel caso di dimenticanza di una pinza nell’addome della paziente (cass. Pen., sez. Iv, 3 febbraio-15 febbraio 2021, n. 5806).

Trattiamo il caso della responsabilità ascrivibile ai medici chirurghi che, dopo un intervento, abbiano dimenticato uno strumento operatorio nell’addome della paziente che, a sua volta, ha causato alcuni danni e ne ha determinato la morte.

Secondo quanto è previsto dal nostro ordinamento e dalle linee guida, dopo un’operazione è indispensabile procedere al conteggio degli strumenti utilizzati proprio per prevenire ed evitare che si verifichino simili ipotesi ai danni del paziente.

Di norma, la responsabilità è attribuita al primo chirurgo, in virtù della posizione occupata dal medesimo nella scala gerarchica poiché uno dei suoi compiti principali è quello di effettuare personalmente tale controllo, non essendo sufficiente che si affidi alla verifica svolta da altro personale medico.

Dunque sul capo equipe grava una duplice responsabilità: una inerente al decorso operatorio (operazione in concreto) e un’altra in relazione alla fase post-operatoria.

Anche in queste specifiche ipotesi, per poter chiedere il risarcimento del danno, è indispensabile che sussista il nesso causale tra errore medico e danno lamentato dalla vittima.

Dunque, se lo strumento lasciato erroneamente all’interno dell’addome della paziente determina lo sviluppo di un processo infettivo che ne cagiona poi la morte, i sanitari saranno considerati responsabili del decesso della vittima, a causa della condotta omissiva a loro imputabile.

L’evento morte infatti, ripercorrendo l’intera sequenza fattuale, non può che essere ricondotto all’omessa asportazione della pinza verificatasi nel primo intervento. Poiché, la presenza del corpo estraneo determinava il ricorso ad una ulteriore operazione chirurgica, condotta purtroppo tardivamente, che non è stato idonea a salvare la vita della paziente.

Di fatto, se fosse stato effettuato il corretto conteggio della strumentazione usata, non si sarebbe reso necessario il successivo intervento per rimuovere lo strumento chirurgico e, verosimilmente, la persona sarebbe rimasta in vita.

 

 

 

Dott. Luigi Pinò

 

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