Vogliamo provare a fare chiarezza sulle infezioni nosocomiali.

A tal riguardo, traiamo spunto dalla triste vicenda di una nostra cliente che, durante la degenza ospedaliera, in occasione di un intervento per la stabilizzazione della schiena, ha contratto un’infezione che ha avuto notevoli ripercussioni sulla propria salute, compromettendo la qualità del prosieguo della vita stessa.

In primo luogo si tenga presente che si può correttamente parlare di infezione di natura ospedaliera solo laddove si faccia riferimento ad un’infezione che il paziente abbia contratto in ospedale durante il ricovero e che non era presente, nemmeno in fase di incubazione, al momento del suo ingresso nella struttura sanitaria. Le infezioni che si manifestano più di 48 ore dopo l’ingresso in ospedale sono solitamente considerate infezioni ospedaliere.

Prima di analizzare le modalità di diffusione ed eventuali escamotage per prevenirle ricordiamo che, alla luce degli studi statistici elaborati da Epicentro, il portale curato dal Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità, pare che ogni anno, circa il 5-8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione ospedaliera.

Questo dato è allarmante dal momento che ci ritroviamo dinanzi ad un numero elevatissimo di pazienti – circa 500 mila – che lamenta di aver contratto dette infezioni. Il quadro diventa maggiormente disarmante se si considera che il 30% delle ipotesi di infezioni nosocomiali siano potenzialmente prevenibili e che nell’1% dei casi esse cagionano, persino, il decesso del malcapitato.

In linea generale va pure evidenziato che normalmente sono quattro le aree in cui si localizzano le patologie infettive ed in particolare:

– primo tra tutti il tratto urinario, caratterizzato da un uso talvolta “inappropriato” del catetere vescicale o interessato comunque da altre manovre invasive eseguite nel tratto urogenitale;

– negli organi o nelle regioni anatomiche interessate da un intervento chirurgico. Anche in dette ipotesi è facilmente intuibile quanto la ferita chirurgica possa essere la sede naturale dove s’inserisce un batterio difficile da debellare;

– un ulteriore tratto esposto al rischio di localizzazione di infezione è quello respiratorio e non è un caso se i reparti più a rischio per contrarre questo tipo di infezioni siano rianimazione, chirurgia, medicina e pediatria.

– infine le infezioni possono avere natura sistemica ed essere legate a setticemie. A tal riguardo, si consideri che esse stanno diventando via via più frequenti, come conseguenza di un graduale aumento dei fattori di rischio responsabili di queste infezioni, quali le condizioni di rischio intrinseco del paziente, l’uso di antibiotici e di cateterismi intravascolari.

Le ragioni connesse alla diffusione di dette infezioni sono da ricondurre innanzitutto al dato anagrafico del paziente: le vittime più ricorrenti sono i neonati e / o gli anziani.

Altro elemento che gioca un ruolo cardine è lo stato di salute del paziente. A tal riguardo, è alquanto intuibile che più precario è il quadro clinico del soggetto interessato più è alto il rischio da parte del medesimo di contrarre infezioni.

Vittime più ricorrenti sono senz’altro pazienti debilitati, persone anziane, bambini e donne in gravidanza. Ecco, dunque, il perché le immunodeficienze, la presenza di neoplasie, il diabete mellito, l’insufficienza di natura renale, le ipotesi di alcoolismo, la tossicodipendenza, i casi di ustioni estese o le manifestazioni di cardiopatie concorrono in misura preponderante a determinare le infezioni nosocomiali.

Assumono una valenza determinante anche la durata della degenza ospedaliera, il reparto dove essa avviene e l’eventuale presenza nello stesso di un alto numero di malati.

È evidente che il rischio di contrarre una patologia infettiva è alquanto elevato anche ai giorni nostri. Contrariamente a quello che si pensa, molto spesso gli ospedali diventano teatro dove i batteri infettivi attaccano la vita dei pazienti.

Molteplici possono essere le modalità di trasmissione di microrganismi infetti; si pensi, ad esempio, ai casi in cui il paziente venga a diretto contatto con la fonte di infezione (ad es. goccioline di saliva), oppure ancora alle ipotesi purtroppo ricorrenti, di uso di strumenti chirurgici (e non) contaminati e quindi non adeguatamente sterilizzati.

Ricordiamo, infine, che le infezioni possono essere trasmesse anche in seguito alla scarsa igiene delle mani degli operatori sanitari, poiché su di esse risiedono o possono ritrovarsi un numero e una varietà non indifferente di potenziali patogeni!

Qualora un soggetto lamenti di aver contratto un’infezione nosocomiale potrà agire in giudizio citando la struttura ospedaliera.

Ricordiamo che in dette ipotesi vige l’inversione dell’onere della prova, in virtù della responsabilità contrattuale che lega struttura ospedaliera e paziente ricoverato.

E quindi, il diretto interessato dovrà limitarsi a fornire la prova del danno subìto e dovrà dimostrare che l’aggravamento della propria salute sia riconnesso eziologicamente alla degenza ospedaliera e/o alle prestazioni ricevute.

Dall’altra parte, invece, spetterà all’Ospedale dimostrare di aver adottato ogni misura idonea a garantire al paziente il ricovero in ambienti salubri e di aver adottato tutte le precauzioni possibili al fine di prevenire l’insorgenza dell’ infezione.

La struttura, dunque, risponderà sia in relazione alla salubrità dei locali ed all’uso di strumenti correttamente sterili sia in relazione all’operato del proprio personale tanto sotto il profilo igienico quanto in relazione ad una eventuale corretta profilassi antibiotica somministrata  o ad una potenziale necessaria misura invasiva applicata sul paziente.

 

 

Avv. Franco Di Maria            Avv. Vincenza Pinò